La pace della verità oltre la guerra dei malintesi
Ci sono momenti in cui, ascoltando qualcuno, sentiamo esattamente ciò che vogliamo sentire. Non per malafede, ma perché la mente, quando è già orientata in una direzione, filtra le parole altrui attraverso quel filtro. Sente le sfumature che confermano ciò che già pensa, e lascia scivolare via il resto. È esattamente ciò che accade ad Arjuna nel secondo capitolo della Bhagavad-ghita, e la sua quarta domanda nasce proprio da questo meccanismo, tanto umano quanto insidioso.
Nella parte conclusiva del capitolo, Krishna usa più volte la parola shanti, pace. Arjuna, che fin dall’inizio era propenso a evitare lo scontro, si aggrappa a quella parola. Ne deduce che Krishna, in fondo, gli stia suggerendo di deporre le armi e cercare un accordo. Ma nello stesso capitolo, pochi versi prima, Krishna lo aveva esortato ripetutamente a combattere. Da qui la confusione di Arjuna, che sfocia nella domanda: Krishna, cosa vuoi davvero che io faccia? Combattere o rinunciare?
La confusione nasce da un equivoco sulla natura della pace di cui Krishna parla. Non si tratta di pace esteriore, di un cessate il fuoco tra eserciti. Si tratta di pace interiore. E questa pace non deriva dall’assenza di conflitto nel mondo, ma dalla realizzazione del sé, che a sua volta è la conseguenza naturale dell’agire senza attaccamento al frutto delle proprie azioni. Il risultato dell’azione, per così dire, va restituito al suo legittimo proprietario. Trattenerlo per sé, farne oggetto di desiderio personale, è la radice stessa della sofferenza umana.
Per Arjuna, agire senza attaccamento significa combattere per dovere, senza lasciarsi ossessionare dal calcolo dei profitti e delle perdite. Le istruzioni di Krishna, allora, non sono affatto contraddittorie: gli sta chiedendo di combattere esternamente proprio per trovare la pace internamente. Azione e pace non sono opposte. Sono, se comprese correttamente, la stessa cosa vista da due angolazioni diverse.
C’è un dettaglio linguistico che rivela tutta la sottigliezza della confusione di Arjuna. Nel formulare la sua domanda, usa termini molto specifici: se pensi che l’intelligenza sia migliore dell’azione, perché mi inciti all’orribile azione della guerra? Nel capitolo precedente, Krishna aveva effettivamente esaltato il valore dell’intelligenza e della pratica del buddhi-yoga, definendola superiore a qualunque attività compiuta con spirito avaro ed egoistico, mossa dal solo interesse personale.
Ed è qui che entra in gioco un meccanismo che conosciamo bene anche nella vita di tutti i giorni: la tendenza a cercare, ascoltare e ricordare con maggiore facilità le informazioni che confermano ciò che già crediamo, scartando invece ciò che ci mette in discussione. Arjuna, già riluttante a combattere, interpreta le parole di Krishna alla luce di questa inclinazione, e conclude, erroneamente, che l’azione abominevole di cui Krishna parlava fosse proprio il combattimento contro i suoi stessi parenti.
Ma non è così. Ciò che Krishna definisce abominevole non è il dovere in sé. È qualunque azione compiuta con attaccamento al risultato. Krishna non sta chiedendo ad Arjuna di rinunciare al proprio ruolo di guerriero, difensore del sacro dharma. Gli sta chiedendo di rinunciare all’attaccamento come movente della sua azione. Ed è proprio questa azione, offerta con distacco e sotto ispirazione divina, a portare il nome di buddhi-yoga.
C’è una lezione che va oltre il contesto specifico della battaglia di Kurukshetra, e che riguarda ciascuno di noi ogni volta che ascoltiamo qualcuno che ci è caro, un maestro, un amico, una guida. Per comprendere davvero il messaggio di chi ci parla, non basta fissarsi sulle singole parole. Occorre sforzarsi di cogliere il contesto più ampio a cui quelle parole appartengono. Altrimenti, come Arjuna, rischiamo di sentire solo l’eco delle nostre stesse convinzioni.
BIBLIOGRAFIA
Prabhupada, A.C., Bhaktivedanta Swami, Bhagavad-gita così com’è, s.l., The Bhaktivedanta Book
Trust, 2013.




