Cronache di Bhakti
Chi è Morto? La Follia di Sargal Singh
Quando l’obbedienza cieca diventa un funerale collettivo per un asino

Un ricco mercante aveva un asino a cui era affezionatissimo. Si chiamava Sargal Singh. Un giorno l’asino morì, e il mercante, distrutto dal dolore, si rase la testa e si vestì di nero in segno di lutto.

Un cliente entrò nel negozio, lo vide in quello stato e chiese: “Chi è morto?” Il mercante rispose piangendo: “Sargal Singh è morto.” Il cliente, per non sembrare ignorante, non chiese chi fosse Sargal Singh. Concluse che dovesse trattarsi di un grande santo, e per rispetto si rase la testa anche lui.

La voce si sparse per la città come un’epidemia. Le persone vedevano gli altri radersi e onorare il lutto, e imitavano il gesto ripetendo il nome, senza avere la minima idea di chi fosse. La cosa arrivò fino alla corte reale. Un ministro si rase la testa. Quando il re gli chiese per chi stesse piangendo, il ministro rispose fiero: “Per il grande Sargal Singh.” Il re domandò: “E chi è?” Il ministro rimase a bocca aperta. Corse a indagare, e scoprì che l’intera città stava piangendo la morte di un asino.

Questa storia fa sorridere, ma anche pensare. Perché alla fine il problema non era che un asino fosse morto. Il problema era che quasi nessuno si era fermato a chiedere chi fosse.

Oggi molte persone provano una certa allergia all’idea di obbedire a qualcuno. “Ho una testa mia, perché dovrei seguire qualcun altro?” È un istinto comprensibile. In nome dell’obbedienza religiosa sono stati commessi atti terribili. Ma anche in nome di ideologie completamente laiche si sono viste tragedie immense: milioni di persone hanno seguito Hitler, milioni hanno seguito Stalin. Il problema, dunque, non è la religione. Non è nemmeno l’obbedienza in sé. Il problema è l’obbedienza cieca.

Gli abitanti della città di Sargal Singh non erano cattive persone. Vedevano gli altri fare qualcosa e pensavano semplicemente: se lo fanno tutti, sarà giusto. Perché succede? Perché pensare richiede impegno. Fare domande richiede impegno. Assumersi la responsabilità delle proprie decisioni richiede impegno. È più facile seguire, che verificare.

La Bhagavad-ghita propone qualcosa di radicalmente diverso. Krishna non tratta Arjuna come qualcuno che deve semplicemente eseguire ordini. Per tutta la Ghita risponde alle sue domande, affronta i suoi dubbi, considera diversi percorsi di elevazione spirituale e costruisce le sue conclusioni con argomentazioni ragionate. Non chiede una resa dell’intelligenza. Chiede un uso corretto dell’intelligenza.

Krishna stesso, pur essendo il guru di Arjuna e la Persona Suprema, non impone la propria autorità come un dato indiscutibile. Nel verso 13.5 richiama le autorità precedenti, citando gli śāstra e i grandi maestri del passato a sostegno delle proprie affermazioni. Da qui nasce il principio di guru, sādhu e śāstra: non una richiesta di credere senza capire, ma un invito a verificare, riflettere e comprendere.

Il devoto autentico non dice: “Obbedisco perché qualcuno me lo impone.” Dice: “Ho ascoltato, ho riflettuto, ho verificato, e proprio per questo scelgo di seguire Krishna.” Non spegne il proprio discernimento per diventare spirituale. Lo affina, lo esercita, lo mette al servizio della ricerca della verità.

È l’esatto opposto di quella città intera che correva in giro ripetendo un nome senza sapere chi fosse, fino a ritrovarsi tutti insieme, increduli, al funerale di un asino.

 

 

Fonti e riferimenti

La storia di “Sargal Singh” fa parte dei racconti tradizionali (Prabhupāda’s Stories) tramandati nelle trascrizioni ufficiali dei discorsi e delle lezioni orali di A.C. Bhaktivedanta Swami Prabhupāda, raccolti in: Satsvarūpa dāsa Goswami, Prabhupāda Nectar: Anecdotes from the Life of His Divine Grace A.C. Bhaktivedanta Swami Prabhupāda, The Bhaktivedanta Book Trust.

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