Un racconto sulla fede e sulla misericordia che non riconosciamo
C’era una volta un re irascibile e un ministro saggio. Il re pensava di essere lui a far accadere ogni cosa. Il ministro vedeva ovunque la mano di Dio. Erano amici affiatati, nonostante tutto.
Un giorno, durante una battuta di caccia nella foresta, il cavallo del re si imbizzarrì di fronte a un cobra. Il re cadde a terra. Il serpente gli affondò le zanne in un dito. Senza esitare, il re sguainò la spada e si amputò il dito con un colpo netto, salvandosi dal veleno.
Il ministro, vedendolo, disse con serenità: “Considera questo come la misericordia del Signore.”
Il re, sconvolto e sanguinante, non era dell’umore adatto per la filosofia. Fece gettare il ministro nelle segrete e proseguì la caccia da solo.
Poco dopo cadde in un’imboscata. Una banda di briganti lo catturò e si preparò a sacrificarlo a Kali. Ma nel momento in cui lo spogliarono per prepararlo al rito, uno degli uomini gridò: “Gli manca un dito!” Il capo scosse la testa. Un’offerta incompleta non era accettabile. Il re fu liberato.
Tornato in città, il re fece liberare il ministro e gli si gettò tra le braccia. “Avevi ragione,” disse. “Ho perso un dito per la misericordia del Signore. Ed è proprio quel dito mancante che mi ha salvato la vita.”
Poi si fermò pensieroso. “Ma allora perché ti ho fatto gettare nelle segrete?”
Il ministro sorrise. “Se non ci fossi finito, sarei stato con te quando ti hanno catturato. A me non manca nessuna parte del corpo. Sarei stato io l’offerta.”
I due scoppiarono a ridere, con le lacrime agli occhi.
Questa storia ci insegna qualcosa di scomodo e liberatorio allo stesso tempo: non possiamo giudicare il piano di Krishna dal primo capitolo. Il problema del re è lo stesso che abbiamo tutti noi: vogliamo il verdetto prima che la storia sia finita. Perdiamo qualcosa e concludiamo subito: “Disastro.” Il ministro, invece, suggerisce un’altra postura interiore: aspetta. Non hai ancora visto come va a finire.
La differenza tra i due non è nell’intelligenza. È nella fede. Il re vede l’evento. Il ministro vede che dietro l’evento c’è una mano che lavora, anche quando non si vede, anche quando fa male.
La cosa più istruttiva del racconto è che nessuno dei due è contento quando la misericordia arriva. Il re perde un dito e si arrabbia. Il ministro finisce in prigione e difficilmente organizza una festa. Eppure, alla fine, ciò che sembrava sbagliato era esattamente ciò che li stava proteggendo.
Per chi cammina sul sentiero della bhakti, questa è una lezione enorme. La mente è come un lettore che pretende di recensire un libro dopo averne letto due pagine. Emette sentenze rapide, definitive, sbagliate. Il praticante spirituale impara invece a fare il proprio dovere, mantenere la fede e aspettare: non con passività rassegnata, ma con fiducia attiva.
Perché molto spesso ciò che oggi chiamiamo “problema” è semplicemente una benedizione che non si è ancora spiegata.
E forse, tra qualche anno, guardandoci indietro, rideremo anche noi come il re e il ministro, e diremo: “Pensavo che Krishna mi stesse togliendo qualcosa. In realtà mi stava salvando.”
Bibliografia
La storia del “dito del re” fa parte dei racconti tradizionali (Prabhupāda’s Stories) tramandati nelle trascrizioni ufficiali dei discorsi e delle lezioni orali di A.C. Bhaktivedanta Swami Prabhupāda, raccolti in: Satsvarūpa dāsa Goswami, Prabhupāda Nectar: Anecdotes from the Life of His Divine Grace A.C. Bhaktivedanta Swami Prabhupāda, The Bhaktivedanta Book Trust.




