Il pantheon delle divinità induiste è costellato da figure mitologiche che, pur nella loro sterminata molteplicità, costituiscono sempre e comunque l’espressione di un unico essere supremo, che si manifesta per mezzo del suo potere in infinite forme.
I diversi attributi di ogni Divinità manifestano l’espressione di modelli universali, archetipi di principi fondamentali, che operano a vari livelli dell’esistenza cosmica e umana. L’equilibrio tra queste forze ancestrali sorregge l’ordine cosmico attraverso un continuo avvicendarsi di bilanciamenti energetici.
Quando si manifesterà il male, apparirà sempre anche il bene a contrastarlo per ripristinare l’equilibrio universale. Non a caso buona parte della mitologia induista è caratterizzata dalla narrazione di conflitti fra i Deva, esseri celesti soprannaturali che sorvegliano il ritmo e l’ordine del cosmo e della società, e gli Asura, una sorta di Deva corrotti, fautori del disordine, della violazione e del caos.
“…i possenti Asura ancora intrepidi continuavano a molestare ripetutamente le schiere divine scagliando montagne contro di loro, salendo fino al cielo a migliaia…” (Mahabharata, I, 17)
Ognuna di queste narrazioni è sempre apportatrice di un insegnamento; ad esempio, ogni volta che un Deva sconfigge un Asura, l’ordine socio-cosmico si restaura in maniera più completa e felice inaugurando periodi storici più fulgidi e prosperi.
Nel dinamismo universale anche il “male” riveste una funzione indispensabile e tutti i suoi rappresentanti ricoprono un ruolo pressoché insostituibile e non meno rilevante degli altri, anzi non di rado capita di vedere soccombere anche i paladini del bene. Nella narrazione del Mahābhārata ad esempio, anche il divino Krisha soccombe, ucciso da una freccia al tallone, unico suo punto debole. Secondo la tradizione, la sua morte sancisce l’inizio del Kali-yuga, l’era oscura, nella quale viviamo, caratterizzata da conflitti e incomprensioni con una diffusa ignoranza spirituale.
Caratteristica interessante della filosofia induista è che l’espressione della forza e della determinazione divina non sono espressi unicamente per mano di entità dalle sembianze prettamente maschili; infatti l’essenza suprema non di rado si manifesta anche nelle vesti di una Dea aggraziata ed elegante ma pur sempre temibile nella sua potenza.
Durga (dal sanscrito “colei che difficilmente si può avvicinare” o l’inaccessibile) è una forma di Devi (termine adoperato per indicare una divinità femminile). Rappresenta la Madre Divina come incarnazione dell’energia creatrice femminile (Shakti). Di carattere ambivalente, possiede in sé contemporaneamente i poteri di creazione e distruzione, infatti ella assume anche molte altre forme, tra cui Sarasvati, Parvati, Lakshmi, Kali.
Viene comunemente raffigurata come una donna che cavalca un leone o una tigre, a simboleggiare la capacità di possedere al sommo livello determinazione e volontà, riuscendo nel contempo anche a dominare queste qualità nel loro aspetto negativo, domando gli eccessi dell’ego. Dea Guerriera per antonomasia, Durga è tradizionalmente rappresentata con otto o dieci braccia, ciascuna delle quali impugna un’arma differente: essa combatte il male nei suoi diversi aspetti, opponendo una specifica qualità positiva, una specifica arma, per ciascun aspetto negativo.
Secondo il racconto del Devimahatmya del Mārkaṇḍeya Purāṇa, la forma di Durga fu creata come dea guerriera per combattere e distruggere il demone Mahishasura.
Si narra che dopo intense preghiere a Brahma, Mahishasura ebbe la grazia di non poter essere sconfitto da alcun uomo o essere celeste. In virtù di questo potere, attaccò i Deva (le divinità) e la stessa Trimurti (Brahma, Viṣṇu e Shiva), sconfiggendo tutti gli dèi, compresa la sacra triade.
Mahishasura scatenò un regno di terrore sulla terra, in cielo e negli inferi. Infine, dal momento che solo una donna avrebbe potuto ucciderlo, gli dèi e la trimurti generarono un abbagliante raggio di energia dal quale nacque Durga. La sua forma era di una bellezza accecante, con il viso scolpito da Shiva, il busto da Indra (signore della folgore), il seno da Chandra (la Luna), i denti da Brahma, le natiche dalla Terra, le cosce e le ginocchia da Varuna (il vento), e i suoi tre occhi da Agni (il fuoco). Ogni dio le diede anche la sua arma più potente: Shiva il tridente, Viṣṇu il disco, Indra la vajra, dalla quale scaturisce la folgore.
L’ energia femminile Shakti assume, attraverso l’aspetto guerriero della dea, la connotazione di forza e di combattività, incarnando un ruolo tradizionalmente maschile ma senza mai abbandonare le qualità di grazia, eleganza e bellezza femminile. La dea appare infatti anche straordinariamente bella tanto che, inizialmente il demone Mahishasura ne rimase ammaliato esprimendo anche il desiderio di sposarla.
Anche durante le battaglie di epiche proporzioni la dea mantiene sempre un sorriso meditativo. Si dice che inizialmente, quando incontrò Durga, Mahishasura la sottostimò e disse:
“Come può una donna sperare di uccidermi, io sono Mahishasura, colui che ha sconfitto la trinità degli dei”.
Durga non mostrò alcun timore e ruggì con un sorriso che causò un terremoto, che fece temere a Mahishasura i poteri della dea. Il terribile Mahishasura si scagliò contro di lei, cambiando forma molte volte. Prima si trasformò in un bufalo e la dea lo sconfisse con la spada. Mahishasura mutò forma in un elefante che afferrò la tigre della dea e cominciò a tirarla verso di sé. La dea gli tagliò la proboscide con la spada. Il demone continuò allora a trasformarsi in varie altre forme: leone, uomo, ognuna di esse venne sconfitta dalla dea guerriera. Infine Mahishasura riattaccò assumendo nuovamente le fattezze di un bufalo. La paziente dea, sempre più determinata, bevendo del vino sacro da una coppa sorrise rivolgendosi a Mahishasura in tono sarcastico ed esclamò:
“Muggisci con gioia fin che puoi, o demone illetterato, perchè quando ti avrò ucciso, dopo aver bevuto questo vino, gli dei stessi ruggiranno con delizia”.
Quando Mahishasura emerse nella forma di bufalo la dea lo paralizzò con l’accecante luce che uscì dal suo corpo. Poi fece risuonare una risata e tagliò la testa del demone con la sua spada.
Una curiosità: Conosciuta anche come Mahishasurmardhini, “colei che uccise Mahishasura”, si narra che dopo la sua impresa ella elargì come ricompensa al suo esercito, la conoscenza della creazione di gioielli.
Bibliografia:
Kinsley, David, Hindu Goddesses: vision of the divine feminine in the Hindu religious traditions, Berkeley, University of California press,1988.




