La Terza Domanda di Arjuna: Quali Sono i Sintomi di una Persona Saggia e Illuminata?
Quando la poesia rivela ciò che la filosofia non riesce a dire

Nel secondo capitolo della Bhagavad-ghita, Krishna ha appena descritto il karma-yoga, il metodo dell’azione distaccata, e ha tracciato il profilo dello stato di perfezione spirituale: una condizione in cui si è al di là di ogni tentazione, terrena o celeste. È una descrizione potente. Ma ad Arjuna sembra troppo astratta. Vuole qualcosa di più concreto, qualcosa che possa vedere, riconoscere, toccare con mano. E così pone la sua terza domanda: come si riconosce una persona davvero realizzata?

La domanda, in apparenza semplice, nasconde una complessità affascinante. Arjuna la struttura in quattro parti: come parlano? Qual è il loro linguaggio? Come si siedono? Come camminano? Quattro immagini quotidiane, quattro gesti ordinari. È proprio qui che la Bhagavad-ghita rivela una delle sue qualità più straordinarie: non è solo un testo filosofico. È, come suggerisce il suo nome, una canzone. La Canzone di Dio. E come ogni grande opera poetica, utilizza le figure retoriche per dire ciò che il linguaggio ordinario non riesce a contenere.

Prendiamo l’ultima parte della domanda: “come camminano?” Se la leggessimo alla lettera, dovremmo concludere che tutte le persone spiritualmente realizzate condividono un particolare stile di incedere. Il che è palesemente assurdo. Lo sthita-prajña, il saggio dalla mente stabile che Krishna descrive, non è certo un modello che sfila su una passerella con andatura studiata. “Camminare” non va inteso in senso letterale: si riferisce al modo in cui il saggio entra in contatto con il mondo attraverso i sensi, a come agisce, percepisce, risponde a ciò che lo circonda.

Analogamente, “sedersi” non descrive una postura fisica, ma il controllo dei sensi: come il saggio si astiene, modera, evita che i sensi corrano incontro ai loro oggetti senza discernimento.

Questa distinzione è cruciale, perché Krishna aveva appena affermato che il cammino spirituale richiede il distacco dai frutti dell’azione, non necessariamente la rinuncia all’azione in sé. Arjuna, allora, si trova di fronte a un interrogativo lecito: se il saggio realizzato non è necessariamente un rinunciante che si ritira dal mondo, chi è? Come lo riconosco tra la folla?

Anche le prime due parti della domanda meritano attenzione. Il modo di parlare del saggio si riferisce alle sue risposte verbali agli alti e bassi dell’esistenza: come reagisce alle gioie e ai dolori? Cosa dice quando le cose vanno bene, e cosa quando vanno male? Ma è la seconda parte quella che richiede la lettura più sofisticata. Arjuna usa la parola sanscrita bhāṣā, che letteralmente significa “linguaggio”. Tuttavia, il linguaggio è lo strumento attraverso cui definiamo le cose, attraverso cui ne cogliamo le caratteristiche specifiche e uniche. Ecco quindi che bhāṣā viene usata qui non per chiedere “in che lingua parla il saggio?”, ma per chiedere qualcosa di molto più profondo: quali sono le caratteristiche che lo definiscono? Qual è la sua essenza riconoscibile?

Arjuna, insomma, non sta chiedendo una lista di comportamenti esteriori.          Sta chiedendo di capire la natura interiore di chi ha raggiunto ciò che lui stesso desidera raggiungere. E in questa domanda c’è qualcosa che appartiene a tutti noi: il desiderio di avere dei punti di riferimento concreti nel cammino spirituale, qualcuno in cui riconoscere la meta e trovare ispirazione per continuare.

Krishna risponderà con una delle descrizioni più belle dell’intera Ghita.

Ma questo è il compito del prossimo articolo.

BIBLIOGRAFIA

Prabhupada, A.C., Bhaktivedanta Swami, Bhagavad-gita così com’è, s.l., The Bhaktivedanta Book Trust, 2013.

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